Cosa sono i traumi infantili e come si trasmettono senza che ce ne accorgiamo
La parola trauma spaventa. Evoca qualcosa di grande, di visibile, di drammatico, un abuso, una perdita improvvisa, un evento catastrofico. E quando qualcuno suggerisce che potremmo portare dentro di noi un trauma infantile, la prima reazione è spesso la difesa: «Ma io ho avuto un'infanzia normale. Non mi è successo niente di grave.»
Questa reazione è comprensibile. Ma si basa su una definizione di trauma che è troppo stretta e che lascia fuori moltissime esperienze che hanno comunque lasciato un segno.
Il trauma non è sempre un evento. A volte è un'assenza. A volte è un'emozione mai vista, un bisogno mai risposto, una solitudine che si è imparato a non sentire più. E queste forme di trauma — silenziose, invisibili, mai riconosciute come tali — sono spesso quelle che si trasmettono con più facilità ai figli.
Una definizione più onesta di trauma
Nel linguaggio della psicologia contemporanea si distinguono spesso due tipi di trauma. Il primo, quello grande, quello che tutti riconoscono come tale: eventi acuti e devastanti come abusi, violenze, perdite improvvise, incidenti gravi.
Il secondo, quello di cui si parla troppo poco: esperienze meno eclatanti ma ugualmente significative, che lasciano un'impronta nel sistema nervoso proprio perché avvengono in modo ripetuto, in un contesto relazionale importante, e senza che nessuno le riconosca o le nomini.
Un genitore emotivamente distante. Un ambiente familiare in cui le emozioni non si esprimevano. L'essere stati confrontati costantemente con un fratello. Il non aver mai ricevuto conforto fisico quando si aveva paura. Il sentirsi invisibili, non abbastanza bravi, troppo sensibili. Il non aver mai avuto il permesso di essere arrabbiati.
Nessuna di queste esperienze è necessariamente il risultato di genitori cattivi o malintenzionati. La maggior parte dei genitori fa del proprio meglio con quello che ha ricevuto. Ma questo non cambia il fatto che certe esperienze lasciano tracce, nel corpo, nel sistema nervoso, nelle aspettative che portiamo nelle relazioni.
Come il trauma si inscrive nel corpo
Una delle scoperte più importanti della neuroscienze degli ultimi decenni è che il trauma non si conserva solo nella memoria, si conserva anche nel corpo. Le esperienze vissute in modo travolgente, senza essere elaborate, lasciano tracce fisiche nel sistema nervoso: nella risposta allo stress, nella capacità di regolazione emotiva, nella soglia di allerta.
Questo è il motivo per cui certi stimoli, come un tono di voce, un odore, una situazione che ricorda qualcosa del passato, possono scatenare reazioni che sembrano sproporzionate al momento presente. Perché il tuo sistema nervoso sta rispondendo non solo a quello che sta succedendo adesso, ma anche a quello che è successo allora e che non è mai stato completamente elaborato.
È anche il motivo per cui certi momenti della genitorialità attivano reazioni che ti sorprendono. Tuo figlio che piange e tu che senti qualcosa di sproporzionato, come ad esempio, rabbia, panico, desiderio di scappare, che non riesci a spiegare razionalmente. Spesso, in quei momenti, non stai reagendo solo a tuo figlio. Stai reagendo anche alla bambina che eri tu e che forse non aveva nessuno che la consolasse quando piangeva.
Come si trasmette senza che ce ne accorgiamo
La trasmissione intergenerazionale del trauma è uno dei temi più studiati e più affascinanti della psicologia contemporanea. E il meccanismo è più semplice e più inevitabile di quanto si pensi.
Si trasmette attraverso il modo in cui ti comporti, la tua capacità di regolazione emotiva, il tuo livello di allerta, il modo in cui reagisci alle emozioni sue e tue, la qualità della presenza che riesci a offrire.
Un genitore che porta dentro di sé una ferita legata all'abbandono può reagire con ansia sproporzionata ogni volta che il figlio si allontana. Un genitore che ha imparato da piccolo che le emozioni erano pericolose può irrigidirsi di fronte alle emozioni intense del figlio, perché il suo sistema nervoso non sa come comportarsi.
Il figlio non riceve la spiegazione, riceve il pattern. E lo impara come modo naturale di stare nel mondo, molto prima di poter scegliere altrimenti.
La maternità come specchio
Diventare genitori è, tra le altre cose, una delle esperienze più potenti di riattivazione dei propri materiali non elaborati. Perché i bambini, con i loro bisogni assoluti e la loro incapacità di nascondersi, hanno una capacità straordinaria di toccare esattamente i punti in cui siamo più fragili.
Il bambino che piange e non si consola riattiva la tua paura di non essere abbastanza. Il bambino che si arrabbia e ti sfida riattiva le tue ferite legate all'autorità. Il bambino che si chiude e non vuole parlare riattiva la tua ferita di non essere stata vista.
Non sempre. Non automaticamente. Ma spesso, quando una reazione sembra sproporzionata, vale la pena chiedersi: cosa sta toccando in me questo momento? Di chi è questa emozione, mia o di mio figlio? Da dove viene questa intensità?
Queste domande non risolvono tutto. Ma aprono uno spazio tra lo stimolo e la risposta e in quello spazio c'è la possibilità di scegliere in modo diverso.
Riconoscere non significa colpevolizzare
Una cosa che voglio dire con chiarezza: riconoscere che potresti portare dentro di te delle ferite dell'infanzia non è un'accusa verso i tuoi genitori. E non è nemmeno un'accusa verso te stessa.
I tuoi genitori hanno fatto quello che hanno fatto con quello che avevano, con i loro traumi non elaborati, con la cultura del loro tempo, con i modelli che avevano ricevuto a loro volta. La catena è lunga. Probabilmente molto più lunga di quello che riesci a vedere.
Riconoscere è il primo passo per scegliere. Per avere più libertà nel presente. Per poter rispondere ai tuoi figli a partire da quello che sta succedendo adesso, invece che da quello che è successo trent'anni fa.
Da dove si inizia
Non devi fare una psicoterapia per iniziare a riconoscere i tuoi pattern, anche se a volte è lo strumento più potente che esiste per questo lavoro, e non c'è niente di cui vergognarsi nel cercarlo.
Puoi iniziare da cose più semplici. Osservare le tue reazioni quando sei sotto pressione. Chiederti, nei momenti di calma, quali situazioni ti attivano di più e perché. Notare quando la tua risposta sembra sproporzionata rispetto al momento presente.
E poi, darti il permesso di essere una persona in processo. Non una mamma finita, completa, perfetta, che ha già risolto tutto. Una mamma che sta guardando, che sta imparando, che sta scegliendo, ogni giorno, con le risorse che ha, di fare un passo verso qualcosa di più libero.
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